Incontro con l'ombra

Emancipazione e materializzazione dell’ombra

Prima dell’alba la fanciulla di Corinto con la lanterna in una mano e un carboncino nell’altra riprendeva sul muro di casa l’ombra dell’amato in partenza per la guerra, il padre Butade, vasaio di Sicione, ne avrebbe ricavato una stele da porre nel tempio. In quell’ombra il mito pone la nascita dell’arte nella città occidentale che si popola presto di magnifiche statue in cui il cittadino si riconosce con fierezza.

Ora che l’arte è merce preziosa, racchiusa nei musei di città all’uomo sempre più indifferenti, al cittadino può succedere tutt'al più, sfiorando un muro, di scorgere la propria ombra, pur senza prestarvi attenzione.

Eppure Giorgio De Chirico sostiene che nell'ombra di un uomo che cammina al sole ci sono più enigmi che in tutte le religioni del mondo. E la sua pittura metafisica ha svuotato le piazze delle persone e le ha riempite d’ombre.

Negli stessi anni La storia meravigliosa di Peter Schlemihl di Adalbert Von Chamisso racconta che all’ombra nessuno dà valore: l’ombra non ha corpo, non serve. Ma che vale l’anima. Una passeggiata notturna in città può dare l’esperienza gratificante della propria ombra gigantesca proiettata dai fari di un’auto sui palazzi adiacenti, monumento effimero a un attimo qualunque della nostra esistenza. Del resto, per Guy-Ernest Debord “tutte le città sono geologiche e non si possono fare quattro passi senza incontrare dei fantasmi armati di tutto il prestigio delle loro leggende”.

L’ombra è un’immagine, una rappresentazione dell’oggetto che fa ombra, ma può anche fare le veci dell’oggetto che la proietta e diventarne un duplicato - scrive Roberto Casati - nella nostra testa l’ombra partecipa insieme del dipartimento degli oggetti e di quello della psiche e diventa immagine dell’anima. Segno della sua complessità, l’ombra dice il mistero stesso dell’uomo.

Così Jung sostiene che ognuno è seguito da un’ombra, che quanto più è ignorata tanto più si fa densa e scura. Rainer Maria Rilke lamenta il venir meno del corpo per via di una svaporazione continua che lo consuma.Il corpo evapora emanando da sé un’ombra che resta annidata nei pori della materia da cui può sempre emergere come comunicazione di "assenza", come sa bene chi si imbatte per esempio nell’oggetto della consuetudine di una persona amata e lontana, che questo fortemente gli evocata; “forse è la mia forma d’ombra / che secerno” scrive Andrea Zanzotto in un rapido clic autobiografico.

L’ombra, l’ombra di se stesso trascinato in mezzo agli altri, solo e anonimo, in un perpetuo affrettarsi dove il quotidiano fugge, appare sempre più lo stato dell’uomo d’oggi.

Mario Martinelli lavora alla emancipazione e alla materializzazione dell’ombra. Con una sua magica lanterna stacca l’ombra dal corpo della persona e gliela presenta, così emancipata, come un altro se stesso. Poi la riveste di una maglia di rete che la mantiene visibile nel tempo, e la applica ai muri della città. Due operazioni che evocano quelle mitiche della fanciulla di Corinto e del padre Butade, all'inizio della storia dell'arte occidentale.

 

Emancipazione dell'ombra

Martinelli, artista dell' ombra, gira le città del mondo con una installazione, Incontro con l’ombra, fatta essenzialmente di uno schermo e di uno spot che, azionato inavvertitamente dal passante, gli soffia l’ombra sul telo che la trattiene a lungo, staccata dai movimenti del corpo. La scoperta della propria ombra emancipata è un piccolo shok, un’esperienza visiva nuova, in cui l’ombra appare come un doppio e suscita sorpresa e interrogazioni. Lo spazio dell’installazione si trasforma fatalmente in un teatro in cui si improvvisano giochi di ruolo con la propria ombra e azioni di gruppo. Poi, pian piano, l'ombra svapora e viene meno lasciando l'esperienza della "propria" scomparsa.

 

La materializzazione dell’ombra

Da quell’immagine impressa sul telo si passa alla tridimensionalità quando lo schermo è una maglia metallica da ritagliare lungo il profilo dell’ombra che vi è rimasta impressa. Si produce così una figura in rete, un’opera in cui, come nel bicchiere di Laozi, ciò che conta è quello che non c’è, il vuoto lasciato dall'ombra scomparsa. È l’ombra-in-rete, una sorta di nuova stele grafica o di graffito plastico, figura dallo statuto ambiguo che, da vicino, appare ancora come un oggetto e, da lontano, come un'ombra sintetica, trasparente e silenziosa carica di forza evocativa.