La trasparenza dell’ombra

Paolo Ruffilli

Luciano di Samosata, scrittore e sofista greco del secondo secolo dopo Cristo, più volte nei suoi scritti filosofici e letterari si occupa delle “ombre” e della loro natura complessa e ambigua che partecipa, insieme, del mondo di qua e di quello dell’aldilà. Nei suoi dialoghi, brevi scene ambientate in cielo, nelle profondità del mare e nell’oltretomba in cui le figure del mito e della religione sono ricondotte argutamente a proporzioni umane, risuona di continuo la risata sulle vanità del mondo. In particolare, il suo personaggio preferito del filosofo cinico Menippo ci dice che “le ombre, dopo che siamo morti, sono gli accusatori, i testimoni, le prove di ciò che abbiamo fatto in vita” e che “si dà loro piena fede, perché sono sempre con noi e non abbandonano mai i corpi”.

L’idea che nel mondo di là l’accusa ci è fatta dall’ombra stessa che ci siamo sempre portata appresso ritorna continuamente, in altre forme e con più sottili coinvolgimenti, lungo tutto il percorso di riflessione che accompagna la storia degli uomini e fino alla nostra contemporaneità e alla stessa ricerca psicoanalitica, che parlandone sempre simbolicamente riscatta di fatto il valore e l’importanza di questo “fantasma reale” che ci accompagna. Rispetto al così detto “angelo custode”, è per così dire un “angelo custodito” da ognuno di noi: un’entità che ci cammina sempre cucita ai piedi, perché da sé non vede (ombra deriva dal latino umbra, arcaico ondh-sra, da una radice indoeuropea che significa “cieco”); e proprio perché non è distratta, nella sua cecità, vede tutto quello che ci riguarda.

L’ombra, nell’immaginario collettivo come in quello individuale, continua a essere l’impalpabile cumulo delle colpe che noi ci portiamo appresso; quest’ombra che “ora ci sta da un lato, ora dall’altro, ora davanti, ora di dietro”. L’ombra è il nero di noi stessi, la nostra parte poco chiara, con tutto il carico dei divieti e degli interdetti infranti o aggirati, dunque delle violazioni e delle trasgressioni ma anche dei rimpianti e della coscienza sporca, della censura e della rimozione, dei complessi e delle nevrosi, per dirla con Freud.

Una parte tutt’altro che secondaria, come sappiamo, nell’autentica personalità di ciascuno di noi: la parte, appunto, non delle apparenze ma della sostanza vera in cui la componente aerea fa i conti con l’impasto di terra, sangue e altri liquidi fisiologici.

Guardando alla natura dell’ombra, si spiega secondo Lévi-Strauss non solo il timore che l’ombra in ogni tempo ha ispirato all’uomo, ma anche il fascino che ha esercitato in virtù del suo ambiguo statuto. Ecco, allora, la paura dell’ombra come doppio (ka, nella religione egizia, rappresentato antropomorficamente dal geroglifico delle due braccia distese: il “doppio” del corpo, formato di materia tenue e invisibile). Ecco l’ombra come anima che si può vendere al diavolo, alla maniera di Peter Schlemihl e di quegli uomini che così hanno perso la loro ombra. Ecco l’ombra che non bisogna porre accanto al corpo che si vuole conservare in condizione di immortalità, come nelle figure senza ombra di Giotto, che considera sacrilego nella Cappella degli Scrovegni dipingere l’anima accanto al corpo.

Ma l’ombra è la luce che la rivela, dice Alberto Savinio, “ed è per questo che malgrado gli elogi che le si fanno, malgrado l’amore che le si professa, malgrado gli onori che le si tributano, la luce in fondo è temuta e odiata”. E si rivaluta l’aspetto profondamente psichico dell’ombra, che partecipa di un mondo superiore e per queste sue ascendenze rende possibile la conoscenza stessa. Del resto, non ha bisogno dell’ombra la luce per rivelarsi? La fotografia replica nel suo processo questo stesso scambio dentro la camera oscura, dove i negativi hanno bisogno del buio per restituire i propri colori. E ciascuno di noi, dopo essere “venuto alla luce”, ha necessità della sua camera oscura (ben schermata rispetto al bagliore) da dove conquistare poco alla volta lo spazio illuminato intorno a sé; perché, paradossalmente, l’oggetto in luce è meno chiaro dell’oggetto in ombra ed è il buio che consente di percepire la luce.

Sono considerazioni tutte messe in moto, in me, dalla visione delle Ombre realizzate con la rete da Mario Martinelli; qui davvero in forma inedita capace di essere insieme (e inscindibilmente) pittore, scultore e artista concettuale.

Sì, “artigiano” visivo e plastico mentre è pensatore: inventore di un nuovo e alieno “chiaroscuro”, che è una forma di ritratto psichico, interiore. Lui che ha riportato sulle figure denudate dei loro corpi la penombra da laboratorio del paleolitico, nei suoi moderni graffiti rupestri, e ha ricondotto i corpi alla loro primitiva discrezione e sincerità, posandoli ormai leggerissimi sulle ombre. Se gli strati inconsci della personalità possono essere incorporati e trasformati nella complessa struttura dell’esperienza solo mediante un processo di individuazione, le ombre sulla rete di Mario Martinelli realizzano per via di “illuminazione” il disvelamento.

Queste oscure entità dotate di vita propria sono doppi misteriosi degli individui ai quali sono state “rubate”, immagini delle loro anime radiografate che ricompongono la vaga parvenza nel chiuso contorno del ritratto. Così lo spettro, il fantasma, di colpo imprigionato nella rete, si fa rivelazione del personaggio e nella tramatura dei fili si incide come un giudizio, però sottile e filante (e, proprio per questo, più tagliente e incisivo e addirittura implacabile). È “lui” come non riuscirà mai a vedersi nello specchio e come non riusciranno a vederlo i familiari, gli amici, quelli che lo incontrano per la strada.

Non bastano due occhi per carpire il segreto di una persona; è necessario il “terzo occhio” dell’artista. L’ombra che abita nella rete non è più la figura opaca che proietta la luce, ma la sua oscurità diventa paradossalmente una sorgente luminosa. Di più: una vera e propria fonte di energia; come l’ombra aerodinamica, quella turbolenza che si crea dietro l’ala dell’aereo. Con un soffio che fa impennare l’anima del personaggio come la vela che si gonfia e palpita al vento. Ecco la virtù di proiezione che ha ogni “ombrete” di questa galleria di figure, ricomposte nella luce con l’ombra dalla magia insieme tattile e mentale dell’autore.